“In oltre venticinque anni di attività mi è capitato di entrare in cantieri nel pieno della loro crescita e di tornarci qualche anno dopo trovando i cancelli chiusi. Ogni volta ho pensato che il danno più grande non fosse economico, ma umano. Perché quando un cantiere scompare, insieme ai macchinari si disperde un patrimonio di esperienza che nessun bilancio riuscirà mai a quantificare.”
Riflessioni di oltre venticinque anni trascorsi tra cantieri navali, perizie, armatori e professionisti della nautica.
Negli ultimi mesi ho seguito con particolare attenzione le vicende di alcuni importanti cantieri italiani. Come molti professionisti del settore, mi sono chiesto ancora una volta come sia possibile che aziende conosciute in tutto il mondo possano trovarsi improvvisamente in una crisi finanziaria così profonda.
È una domanda che mi accompagna da molti anni.
Da consulente tecnico e Marine Surveyor ho avuto la fortuna di conoscere da vicino cantieri, progettisti, armatori, broker, compagnie assicurative e fornitori. Ho visto nascere imbarcazioni straordinarie e ho visto anche capannoni chiudere nel giro di pochi giorni, lasciando senza lavoro centinaia di persone altamente specializzate.
Ogni volta la sensazione è la stessa.
Non fallisce soltanto un’azienda. Si perde un patrimonio di esperienza, di manualità e di conoscenze tecniche costruito in decenni.
L’Italia continua a essere uno dei principali punti di riferimento mondiali nella costruzione di yacht e superyacht.
I nostri progettisti, i nostri artigiani e le nostre maestranze sono apprezzati in tutto il mondo. Molti dei più prestigiosi armatori internazionali scelgono ancora oggi un cantiere italiano quando desiderano costruire un’imbarcazione unica.
Eppure, accanto a questa leadership industriale, la storia della nautica italiana è costellata da crisi societarie, ristrutturazioni, acquisizioni e chiusure.
È un apparente paradosso che merita una riflessione.
Chi osserva il settore dall’esterno spesso immagina un cantiere navale come una normale azienda manifatturiera. In realtà costruire uno yacht significa realizzare ogni volta un prototipo.
Ogni commessa è diversa. Ogni armatore introduce modifiche.
Ogni variante può incidere su tempi, costi e margini economici. Da un punto di vista gestionale, pochi settori sono complessi quanto quello della nautica.
Per questo motivo ritengo che le competenze tecniche debbano sempre essere accompagnate da una gestione amministrativa e finanziaria estremamente rigorosa.
Quando leggiamo di patrimoni netti pesantemente negativi o di perdite milionarie, siamo portati a pensare che tutto sia accaduto improvvisamente.
La mia esperienza mi porta invece a credere che una crisi di queste dimensioni sia quasi sempre il risultato di un processo che si sviluppa nel tempo.
Margini di commessa troppo ottimistici. Costi sottovalutati. Debiti cresciuti durante gli anni favorevoli.
Difficoltà nella gestione della liquidità.
Sono elementi che, se non affrontati tempestivamente, finiscono per sommarsi fino a diventare insostenibili.
Quando un cantiere chiude, il danno economico è evidente. Quello meno visibile riguarda invece il capitale umano. Penso ai maestri d’ascia, ai falegnami specializzati, ai laminatori, agli impiantisti, ai progettisti, ai tecnici che hanno dedicato una vita alla costruzione di imbarcazioni.
Queste competenze non si acquistano sul mercato.
Richiedono anni di esperienza e rappresentano il vero valore della nautica italiana.
Quando si disperdono, ricostruirle è estremamente difficile.
Negli anni Settanta e Ottanta il nostro Paese poteva contare su numerosi cantieri che producevano eccellenti imbarcazioni da crociera di dimensioni contenute.
Marchi come Del Pardo, Comar e molti altri hanno contribuito a diffondere la cultura della vela e ad avvicinare migliaia di persone al mare. Alcuni dei migliori progettisti come Vallicelli, Jean-Marie Finot, Alain Jézéquel e Germán Frers (soprannominato da alcuni il “Maradona della vela” perché Argentino). Hanno creato piccoli gioielli che ancora oggi sono apprezzati da velisti di tutto il mondo. Penso al Comet 910, al Comet 28 con quei plexiglass sulla tuga fissi, che lo rendono immediatamente riconoscibile, o al GS 343, barca veramente unica per l’epoca.
Oggi il mercato è profondamente cambiato.
La costruzione dei superyacht rappresenta un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale, mentre la nautica destinata al grande pubblico è diventata sempre meno accessibile.
I costi di produzione sono aumentati, le normative sono più complesse e la tecnologia è cresciuta enormemente.
Tutto questo ha inevitabilmente modificato il mercato.
Dopo oltre venticinque anni trascorsi nella nautica continuo a pensare che il nostro Paese possieda uno dei patrimoni di competenze più straordinari al mondo.
La vera sfida non è soltanto costruire gli yacht più belli.
La vera sfida è riuscire a preservare le aziende, le professionalità e il know-how che rendono possibile tutto questo.
Perché un cantiere navale non è soltanto un insieme di capannoni, macchinari e bilanci.
È un luogo dove convivono esperienza, passione, tradizione e innovazione.
Ed è proprio questo patrimonio che dovremmo impegnarci a conservare per le future generazioni.
Marco
Marine Surveyor – Consulente Tecnico Nautico